L’opportunità di una “rivoluzione gentile”
Comunicare efficacemente ora più che mai è un’esigenza e nello stesso tempo una responsabilità che non risparmia nessuno. Determinante per la vita professionale come per quella personale. Cosa è cambiato con l’avvento dell’AI?
L’AI ci ha dato la possibilità di semplificare molte operazioni nell’ambito della comunicazione. È più facile generare messaggi significativi, sfornare argomentazioni persuasive, elaborare uno storytelling avvincente. Possiamo affidarci ad assistenti virtuali per costruire discorsi e presentazioni. Evviva. Preparare riunioni, meeting, convegni, lezioni o tutorial è diventato più agile, veloce, comodo. I vantaggi sono innegabili. Ho appena gestito un evento di comunicazione con una start up ed è stato divertente e stupefacente cosa abbiamo creato, anche grazie all’uso dell’AI. Eppure mi prende un brivido quando penso all’impatto che può avere un uso improprio dell’intelligenza artificiale sullo sviluppo della nostra competenza oratoria e più in generale sulla qualità delle nostre interazioni sociali.

Allenarci a sviluppare in modo autonomo analisi, riflessioni, considerazioni per esporre il nostro punto di vista e i nostri contenuti in modo eloquente e persuasivo è un esercizio prodigioso per sviluppare pensiero critico, capacità logica, abilità di problem solving e autoriflessione. Elementi indispensabili per conoscere e interpretare la realtà dentro e fuori di noi. Esercitarsi a farlo autonomamente è un esercizio vitale per il nostro cervello. Ci aiuta a stimolare positivamente la neuroplasticità, cioè la sorprendente capacita che ha il cervello di modellarsi continuamente, creare nuove reti neurali, e quindi evolvere. Ma è altrettanto importante per la nostra crescita personale e ci aiuta a indagare chi siamo e a rapportarci al mondo e agli altri in modo consapevole, responsabile, creativo.
Penso a quanto tutto questo sia indispensabile per le nuove generazioni. Ma anche a quanto sia vitale per tutti. Quando dobbiamo improvvisare un discorso, intervenire prontamente in una riunione o in una conversazione, l’intelligenza artificiale non ci soccorre suggerendoci cosa dire, e soprattutto non può interagire con gli altri al posto nostro (vivaddio).

Come gestire l’uso dell’AI nell’ambito del public speaking?
Credo che sia utile limitare l’uso dell’Intelligenza artificiale a quello che è: un formidabile strumento che ci aiuta a semplificare e ottimizzare le nostre mansioni. Nell’ambito del public speaking, per esempio, è un ottimo supporto per creare slide o contenuti multimediali, raccogliere dati, fonti, fatti, esempi che rendano ciò che diciamo più attendibile e interessante. Può essere molto utile anche per arricchire un discorso, correggerlo, perfezionarlo. Tuttavia sono convinta che sia determinante analizzare, riflettere, organizzare in modo autonomo le nostre idee e i nostri pensieri, evitando di ricorrere all’assistenza virtuale. In questo modo salvaguardiamo lo sviluppo di abilità cerebrali preziosissime e tuteliamo la nostra capacità creativa. E soprattutto, e questo è il punto fondamentale, ci esprimiamo in modo più convincente e autentico.
Quando pronunciamo parole che abbiamo concepito ed elaborato personalmente, quando esponiamo argomentazioni che sono il frutto genuino di ciò che sentiamo, ci esprimiamo con più verità. Chi ci ascolta se ne accorge al volo, ci riconosce padronanza e competenza. Ci segue con più fiducia e anche con più interesse. Entra in connessione con noi.
Su cosa l’intelligenza artificiale non può aiutarci?
Sicuramente per comunicare al meglio è fondamentale presentare un contenuto in modo chiaro, ficcante, interessante. Ma come sappiamo non è tutto. Anzi. La comunicazione investe molte altre dimensioni. Espressive, mentali, corporee, emotive, relazionali.
La percezione che abbiamo della persona che parla (anche molto competente e preparata) e di ciò che dice, è fortemente influenzata da come si pone, dall’approccio mentale che adotta, dalle emozioni e la forza d’animo che esprime, dal linguaggio non verbale che usa, e in generale da come si relaziona con le altre persone. Qui l’intelligenza artificiale è fuori gioco. Non ci aiuta a organizzare la mente, non può guidare il modo in cui ci esprimiamo con il corpo e con la voce, non ci insegna a emozionarci, non entra al posto nostro in contatto diretto con chi ci ascolta. Soprattutto, non ci può aiutare a connetterci con gli altri. E nemmeno ad affrontare le sfide. Quando ci troviamo là, di fronte a qualcuno che ci ascolta (e pure un po’ ci giudica) la faccia ce la mettiamo noi. Il coraggio di esporci, la forza di regolare le nostre emozioni, sono tutti fatti nostri. Purtroppo. E per fortuna.
Qual è oggi l’X Factor della comunicazione?
Non ho dubbi. In un mondo in cui il contributo artificiale incalza, l’X Factor della comunicazione è l’autenticità, l’abilità di relazionarci in modo partecipe, sincero, verace.
Le risorse vincenti nella comunicazione hanno a che fare con ciò che ci rende umani, veri, unici, coscienti e connessi. Eccoli i nostri superpoteri: creatività cognitiva, empatia, espressività, coinvolgimento emotivo e corporeo, e soprattutto consapevolezza di sé.
Di fronte alla crescita esponenziale delle applicazioni dell’intelligenza artificiale, la scelta da fare è se assumerne il controllo, prendendoci tutti i vantaggi che può portarci, o se reagire passivamente e finire per esserne controllati. In ogni caso, ciò che andremo sempre più riscoprendo è la nostra insostituibile abilità di connetterci, entrare in risonanza, con empatia e verità. Tutto sommato è una grande opportunità. Complicata e sfidante, non c’è dubbio, ma preziosa. A pensarci è paradossale: qualcosa di artificiale, indirettamente, ci stimola a essere più umani possibile per preservare la nostra autonomia creativa, la nostra intelligenza emotiva e sociale. Un appello a riscoprire pancia, carne, vibrazioni emotive. Vita, insomma. Quella vera.Uno dei limiti che intravedo spesso, anche in persone molto preparate professionalmente o chiamate a ricoprire ruoli strategici, è la tendenza a concentrarsi soltanto su “cosa dire”, (spesso, chapeau, con grande efficacia) trascurando “come dirlo”. A farne le spese è la percezione del contenuto trasmesso, la qualità della prestazione, così come la qualità della relazione. Talvolta la comunicazione risulta distaccata, poco empatica, poco convincente. In alcune situazioni carisma e leadership vanno KO.
Suggerimenti?
Mettere in moto il corpo
- Il primo suggerimento riguarda l’uso consapevole del corpo e del linguaggio non verbale. L’esperienza sul palcoscenico mi ha permesso di toccare con mano il potere dell’espressione corporea e l’impatto straordinario che ha l’energia fisica ed emotiva che trasmettiamo. Quando questa energia viene messa in moto siamo irresistibili: più coinvolgenti e molto più convincenti. Il primo suggerimento dunque è attivare il corpo. Incrementare l’energia fisica e nello stesso tempo coinvolgersi e partecipare emotivamente. Quando questo accade, chi ci ascolta si immedesima e partecipa con noi. Un primo passo per ottenere maggiore empatia.
Entrare in empatia
- Ed ecco il secondo punto fondamentale. Empatizzare con il pubblico. Attivare una connessione empatica fa la differenza e può cambiare completamente il nostro impatto comunicativo. A questo scopo è indispensabile capovolgere la prospettiva. Spostare l’attenzione da noi stessi e da ciò che vogliamo dire, per immedesimarci nella persona che ci ascolta, indagare le sue esigenze, le sue emozioni, i suoi obiettivi. Domandarsi cosa può capire, come reagirà a quello che diciamo.
Se impostiamo il nostro discorso rispondendo a queste domande, ciò che diremo coinvolgerà direttamente chi ascolta. Ad aumentare l’empatia contribuiscono anche il movimento, l’espressione aperta, il contatto visivo, segnali di interesse e partecipazione che contribuiscono ad aprire un varco con il pubblico. Un circolo virtuoso che si amplifica se la nostra intenzione di entrare in connessione è sinceramente sentita.
Esprimersi in modo autentico
- E qui sta il terzo ingrediente che a mio parere può rendere la comunicazione più impattante ed efficace. L’autenticità. Coltivare una comunicazione autentica garantisce fiducia e credibilità. Noi risultiamo più autentici quando ciò che diciamo si allinea al modo in cui lo diciamo. Questa magica condizione si chiama congruenza comunicativa. Per ottenere un’espressione congruente e convincente possiamo allenarci a focalizzare con chiarezza l’intenzione che guida le nostre parole. Se lo facciamo, la nostra espressione si intona di conseguenza in modo coerente e credibile. Anche in questo senso il teatro è stato una scuola eccezionale. Per l’attore è fondamentale ottenere un’espressione convincente. Per risultare credibile si allena a concentrarsi non solo su cosa deve dire (le battute del copione), ma soprattutto su cosa spinge il personaggio a pronunciare quelle parole, cosa muove le sue azioni, quali sono le sue intenzioni. Allo stesso modo parlando in pubblico, risulteremo più congruenti se abbiamo chiari i nostri propositi: quali obiettivi vogliamo raggiungere, cosa desideriamo che faccia chi ascolta, come vogliamo porci, come vogliamo essere percepiti, cosa vogliamo tramettere a livello emotivo.
Una cosa è certa: tanto siamo più siamo noi stessi, tanto più siamo congruenti. Quando ciò accade, è la nostra unicità che prende il sopravvento. La cosa paradossale è che il “superpotere” di una comunicazione autentica ha a che fare con il coraggio che abbiamo di esporci per quello che siamo, mettendo in risalto i nostri punti di forza, ma anche la nostra vulnerabilità e la nostra imperfezione.
Questo atteggiamento si riflette sulla relazione e in modo molto positivo, perché chi ci ascolta si indentifica con noi e ci segue con maggiore fiducia. Se ci concediamo di essere più umani, guadagneremo più facilmente leadership e carisma.
Una pratica che possiamo adottare quotidianamente per allenarci a gestire la mente e le emozioni prima di una sfida importante?
La mia preferita in assoluto? Il respiro.
La pratica quotidiana del respiro ci permette vantaggi su tantissimi livelli, tra questi 3 in particolare.
- Gestire le nostre emozioni spiacevoli.
- Guadagnare concentrazione, prontezza mentale.
- Ottenere una migliore espressione vocale.
E poi ci garantisce la possibilità di fare spazio, creare un vuoto in cui rilassarci, riflettere, essere presenti a noi stessi. La cosa meravigliosa è che grazie a quel vuoto possiamo essere più presenti anche nella relazione: più predisposti a cogliere segnali non verbali, punti di vista, bisogni, emozioni. Tutto questo ricade in modo portentoso sui nostri risultati, ma anche sulla qualità nostra leadership e dei rapporti che abbiamo. Chi si sente davvero ascoltato e considerato è più disposto ad ascoltarci a sua volta, a seguirci, a entrare in contatto con noi. Benessere personale dunque, e benessere nelle nostre interazioni.
Dedicare 3 minuti al mattino e alla sera a una respirazione profonda, allungando tempi di espirazione e coinvolgendo l’addome, e poi respirare profondamente prima di parlare, e tutte le volte che parlando facciamo una pausa, porta già vantaggi straordinari.
Ancora un suggerimento per una buona comunicazione?
Praticare la gentilezza.
Una comunicazione gentile, non è affettazione, né superficiale ossequiosità. E nemmeno qualcosa da imparare. È una scelta. Quel garbo che scaturisce spontaneamente quando ci proponiamo di creare un contatto, con presenza, consapevolezza, sincerità, e cura. Cura nel modo di ascoltare, nel considerare il mondo dell’altro, nella scelta delle parole, nel modo di esprimerci, nel preparare ed esporre i contenuti. È un atteggiamento mentale, oltre che pratico. Una disposizione a dare, a “spenderci” per l’altro e per la buona riuscita di quello che facciamo. Dipende in buona parte dall’intenzione di creare risonanza. E presuppone al tempo stesso rispetto per sé e per gli altri. Fondamentalmente richiede la volontà di “stare nel momento”. Essere presenti qui e ora. Tutto questo ci dà una forza straordinaria. La forza potente che viene dalla mitezza come scelta consapevole. Diceva Mattia Torre: «La gentilezza è il più grande atto politico che abbiamo». Adoro questa dichiarazione. Semplice e potentissima.
Ai tempi dell’AI c’è una “rivoluzione gentile” che possiamo attuare quotidianamente: allenarci ad essere ancora più umani.

